mercoledì 29 maggio 2013

Vivere senza alibi


Vivere senza alibi

"Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e da' più valore ai problemi che alle soluzioni". E' una citazione di Einstein. Fa il paio con "Il se e' il marchio dei falliti, si diventa grandi nonostante", di Gramellini. 
Entrambe sono frasi che parlano di un alibi. Di chi mette la responsabilità della propria mancata realizzazione all'esterno, nel mondo cattivo, nella realtà che non da' possibilità.   Tutti hanno un alibi, la realtà non fa altro che offrirci alibi. Da quando siamo nati. Uno ha i genitori che lavorano troppo e si sente precocemente abbandonato, uno ha i genitori divorziati, uno rimane orfano, uno ha la madre depressa, uno ha il padre ubriacone, e via dicendo. Ma la lista, più si vive, più si allunga. Tutti hanno un primo alibi che si porta dietro tutti gli altri. Per arrivare alla crisi, alla mancanza di prospettive lavorative, alla mancanza di possibilità, al fatto che siamo in Italia, tutte cose purtroppo reali, ma che vengono USATE come alibi. Usate come alibi perche' e' molto comodo pensare che la responsabilità e' fuori di noi. La mia lista di alibi e' lunghissima, e credo di averne abbastanza.
      Pensarci "vittime" della realtà, incapaci di cambiarla o di trovarne una in cui possiamo esprimerci meglio, pensarci capaci solo di lamentarci dell'ingiustizia del mondo, subendola, e' vivere da falliti. 
Io inizio a essere stufa di sprecare energie per trovare alibi, che sia chiaro, si trovano a ogni angolo di strada, stufa di bollarmi come vittima della crisi e di altre mille condizioni avverse. Bisogna smettere di usare giustificazioni, pensando che non c'è proprio nulla da giustificare. La scuola insegna a giustificarsi, insegna che se e' per un buon motivo, la giustificazione e' valida. Bene, la giustificazione, per me, non deve più esistere. La sostituisco con il concetto di responsabilità personale. La responsabilità di non usare più il periodo ipotetico del terzo tipo, di non usare più il SE, e iniziare a usare il NONOSTANTE.

domenica 19 maggio 2013

Un figlio nasce sempre da una domanda. Quale?


Un figlio nasce sempre da una domanda. Quale?


Ieri con i miei amici si parlava di bambini. Penso che il desiderio di avere un figlio sia il desiderio di conoscere un essere che nasca da te e dalla persona che ami. Di conoscerlo, cioè di scoprire, insieme a lui, chi e'. Quali sono i suoi talenti, qual e' il suo carattere. E di aiutarlo a diventare quello che e', amandolo.
Se in un genitore manca il desiderio di rispondere a questa domanda, rimane solo la seconda domanda: cosa puoi fare tu per rendermi felice? Ma mettere al mondo un figlio per rispondere a questa domanda e' molto pericoloso.
La seconda domanda e' presente sempre, anche in chi desidera rispondere alla prima. Ma e' secondaria. La prima e' la domanda fondamentale, senza la quale si cresce un Non Essere.
Io lo faccio con i miei alunni. Mentre insegno la mia materia, sono sempre curiosa di scoprire chi sono, mi chiedo come posso aiutarli a diventare quello che tutti vogliono diventare, cioè se stessi, e ovviamente questo mi gratifica.
Già, perché pensare che nell'insegnamento non ci sia la benché minima quota di soddisfazione narcisistica, e', per quel che credo, pura utopia. L'importante e' che sia consapevole, bilanciata, in modo da non essere mai una strumentalizzazione e un uso della personalità di chi vuole crescere.

venerdì 17 maggio 2013

Equazione delle relazioni


Equazione delle relazioni


Oggi mi sento matematica...
Ecco La mia equazione delle relazioni:
Relazione = Sintonia • Conflittualità
S, C > 0
S+C=100

Se S>C Ok.
Se S>C, C<10 Ok, pero' che due palle!
Se S>C, 11<C<30, C=Stuzzicamento=gioco= Wow!!

Se C>S, Adios!