Vivere senza alibi
"Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà,
violenta il suo stesso talento e da' più valore ai problemi che alle
soluzioni". E' una citazione di Einstein. Fa il paio con "Il se e' il
marchio dei falliti, si diventa grandi nonostante", di Gramellini.
Entrambe
sono frasi che parlano di un alibi. Di chi mette la responsabilità della
propria mancata realizzazione all'esterno, nel mondo cattivo, nella realtà
che non da' possibilità. Tutti hanno un alibi, la realtà non fa altro
che offrirci alibi. Da quando siamo nati. Uno ha i genitori che lavorano troppo
e si sente precocemente abbandonato, uno ha i genitori divorziati, uno rimane
orfano, uno ha la madre depressa, uno ha il padre ubriacone, e via dicendo. Ma
la lista, più si vive, più si allunga. Tutti hanno un primo alibi che si porta
dietro tutti gli altri. Per arrivare alla crisi, alla mancanza di prospettive
lavorative, alla mancanza di possibilità, al fatto che siamo in Italia, tutte
cose purtroppo reali, ma che vengono USATE come alibi. Usate come alibi
perche' e' molto comodo pensare che la responsabilità e' fuori di noi. La mia
lista di alibi e' lunghissima, e credo di averne abbastanza.
Pensarci "vittime" della realtà, incapaci di cambiarla o
di trovarne una in cui possiamo esprimerci meglio, pensarci capaci solo di
lamentarci dell'ingiustizia del mondo, subendola, e' vivere da falliti.
Io inizio a essere stufa di sprecare
energie per trovare alibi, che sia chiaro, si trovano a ogni angolo di strada,
stufa di bollarmi come vittima della crisi e di altre mille condizioni avverse.
Bisogna smettere di usare giustificazioni, pensando che non c'è proprio nulla
da giustificare. La scuola insegna a giustificarsi, insegna che se e' per un
buon motivo, la giustificazione e' valida. Bene, la giustificazione, per me,
non deve più esistere. La sostituisco con il concetto di responsabilità
personale. La responsabilità di non usare più il periodo ipotetico del terzo
tipo, di non usare più il SE, e iniziare a usare il NONOSTANTE.
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